Chiesa di San Pietro, foto del maestro Antonio Zuccon

Chiesa SS. Pietro e Paolo

La chiesa dei Santi Pietro, Paolo e Antonio abate per secoli è stata la parte spirituale di un ospedale, cioè di un luogo di ricovero impiegato soprattutto dai viandanti impegnati nel difficile guado del Tagliamento.

Secondo una leggenda la fondazione dell’«hospitale» di Valvasone risalirebbe al X secolo, ma in realtà le prime notizie certe su di esso datano al 1355 e da queste apprendiamo che era retto da una fraterna – cioè da un’associazione laica con intenti solidaristici caratterizzata da un forte sentimento religioso – molto probabilmente quella dei Battuti, la stessa che reggeva la vicina chiesa di Santa Maria e Giovanni.

Allora la sede dell’ospizio, che coincide con quella attuale della chiesa di San Pietro, si trovava all’esterno delle mura cittadine e ne fu inglobata solo nella seconda metà del Quattrocento.

Di questo primo ricovero, certamente dotato di una piccola cappella, resta, nella controfacciata della chiesa, un affresco databile alla fine del Trecento o inizio del secolo successivo, in cui è raffigurato Cristo crocifisso tra la Madonna e i santi Giovanni Evangelista, Pietro e Paolo, opera di un artista di matrice giottesca, forse influenzato da quanto realizzato nella vicina abbazia di Santa Maria in Sylvis di Sesto al Reghena.

Nel XVI secolo il pio istituto sembra subire una crisi dovuta a una flessione dell’attività assistenziale della fraterna, almeno fino al 1461, quando essa fu rifondata con la nuova intitolazione ai Santi Apostoli Pietro e Paolo e ai santi Antonio abate e Cristoforo.

Tale rinnovamento si inseriva in un periodo di intenso fervore per l’urbanistica e l’architettura religiosa valvasonese (negli stessi anni si stava costruendo il duomo e sistemando l’ultima cerchia muraria), provocando radicali mutamenti nel vecchio edificio, il quale assunse la sua attuale fisionomia: il ricovero viene spostato nei locali a fianco e il vano sul quale insisteva diviene la sede della chiesa di San Pietro che oggi conosciamo, consacrata nel 1497.

Nel1806, aseguito di un editto napoleonico, la fraterna fu sciolta, ma il ricovero continò a funzionare fino alla fine del XIX secolo, quando, con la sospensione di questa attività caritatevole, la piccola chiesa diviene un luogo di culto slegato dalle sue origini e destinato unicamente alla spiritualità.

L’attuale struttura architettonica dell’oratorio è molto simile a quella quattrocentesca per quanto riguarda la planimetria, a navata unica e coro quadrangolare, mentre l’altezza risente di una sopraelevazione dei muri della navata e del presbiterio, effettuata nel 1739: operazione che ha comportato anche l’apertura di nuove finestre poste nella parte innalzata e la conseguente tamponatura delle precedenti (probabilmente nello stesso momento fu edificato pure il campanile).

La facciata in origine era forse ornata con le figure dei santi titolari, come svela la presenza di uno sbiadito lacerto di affresco.

All’interno, invece, la decorazione si è in gran parte conservata, mostrando quanto realizzato nel 1500 circa da Pietro da Vicenza, pittore di origine berica ma assai attivo nella Destra Tagliamento, influenzato dall’incisivo stile grafico di Gianfrancesco da Tolmezzo (con il quale aveva collaborato), cui associa degli eleganti riferimenti antiquari desunti dalla lezione del Mantegna.

Sulla parete sinistra l’artista ha realizzato un’edicola, il cui spazio è scandito da cinque volte a cassettoni, ponendovi al centro la Santissima Trinità (alla sua base si può leggere la firma del pittore, che si sigla PVP,), affiancata, alla sinistra dai santi Bartolomeo e Biagio, Giovanni Battista e Lucia, mentre a destra da Apollonia e Caterina, Antonio abate e Gottardo, ognuna contraddistinta dai tradizionali attributi iconografici.

A questa prima edicola, sempre lungo la parete sinistra, ne era affiancata un’altra, di cui però ci restano solo due scomparti, superstiti dalla costruzione settecentesca di un altare, nei quali sono inquadrati San Cristoforo, realisticamente immerso nell’acqua (evidentemente invocato per la protezione di coloro che attraversavano il guado sul Tagliamento) e San Girolamo, il quale sorregge una piccola chiesa che riporta lo stemma dei Valvason.

Con tutta probabilità l’intervento di Pietro da Vicenza interessava tutta la lunghezza della chiesa, in entrambi i lati, come sembra attestare la presenza, a fianco dell’altare maggiore, di un’ulteriore edicola tripartira, con al suo centro la Madonna in trono con il Bambino, ai cui piedi è posta una minuscola figura in preghiera (forse un donatore), a sinistra i Santi Sebastiano e Rocco mentre sulla parte opposta i Santi Leonardo e Giobbe. Anche in questo caso, come nel lacerto, lo spazio è scandito da pilastri che reggono un architrave, con una decorazione di tipo marmoreo, coronato da una valva di conchiglia.

Sull’altare maggiore è posto un dipinto ottocentesco (inserito in una cornice lignea intagliata e dorata nel 1642) che raffigura, nella parte superiore la Madonna con il Bambino tra i santi Giuseppe, Agnese, Valentino e Antonio di Padova e in quella inferiore i Santi Pietro, Paolo, Antonio abate e Andrea.

Lungo le pareti vi sono altri due altari, realizzati nel Settecento: in quello a sinistra – che interrompe l’affresco – sono collocate due statue lignee policrome della fine del Quattrocento, raffiguranti San Paolo e Sant’Antonio abate, parti superstiti di più ampio polittico; a destra quello dedicato alla Visitazione della Vergine a sant’Elisabetta, che ospita un anonimo dipinto seicentesco, in cui nella parte superiore si osserva la Visitazione (con il piccolo raffinato inserto di una scultura che raffigura Mosè), al centro San Giovanni Evangelista che regge sulle ginocchia la città di Valvasone (rara e interessante raffigurazione in cui si riconoscono il castello e gli edifici religiosi), in basso San Nicola da Tolentino che intercede per le anime purganti.

Come il duomo pure la chiesa di San Pietro è provvista di una voce musicale: un raro organo positivo (cioè un piccolo strumento portatile) del Seicento, collocato nel XVIII secolo in una cantoria appositamente realizzata, dove è inquadrato da un affresco con due putti che sorreggono un ampio tendaggio, enfatica cornice che sembra stridere con l’elegante semplicità del piccolo ambiente.