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Duomo e Organo

Il principale edificio religioso valvasonese è dedicato al Santissimo corpo del Cristo, una titolazione che  riassume e spiega gran parte delle sue vicende storiche e artistiche.

Infatti, stando alla tradizione, il duomo fu costruito in seguito ad un evento accaduto a Gruaro (una località oggi in provincia di Venezia), lungo la roggia Versiola, dove nel 1294 (ma più verosimilmente nel 1394) una pia donna, intenta a lavare una tovaglia proveniente dalla vicina chiesa di San Giusto, avrebbe notato una particola consacrata, negligentemente dimenticata nel lino da un dubbioso officiante, da cui sgorgava del sangue che segnava indelebilmente il tessuto.

I documenti attestano che all’inizio del XV secolo la sacra tovaglia era stata trasportata a Valvasone e posta in un apposito altare dell’antica pieve intitolata a Santa Maria delle Grazie e San Giovanni, soggetta, dopo la costruzione del duomo, ad un decadimento che la portò ad un lento ma inesorabile declino, concluso con la definitiva demolizione nel 1866.

Il 28 marzo 1454 papa Nicolò V dispose che la preziosa tovaglia fosse affidata ai Valvason (che nel frattempo avevano ceduto il castello di Gruaro all’abate di Sesto, in cambio delle ville di San Lorenzo e Orcenico Superiore), a condizione che gli stessi edificassero una nuova chiesa dove ospitarla, da dedicare, appunto, al Santissimo Corpo di Cristo.

La sentenza romana si sovrapponeva alla decisione, presa nel 1449 nella chiesa duecentesca di San Giacomo (situata nell’attuale ex Posta), sotto l’auspicio del conte Giacomo Giorgio di Valvason (le insegne dei conti, giuspatroni del duomo, sono ben visibili in vari luoghi della chiesa, tanto da farla apparire quasi una cappella palatina), di costruire un nuovo edificio religioso nel quale conservare anche la reliquia, entro la seconda cerchia muraria, in un’area di proprietà comitale, in sostituzione dell’inadeguata e decentrata parrocchiale.

I lavori di edificazione del nuovo centro della vita religiosa valvasonese non risultano particolarmente celeri, forse a causa della presenza di una parrocchiale ancora agibile, e solo nel 1466 avvenne la copertura del tetto; mentre la sacra reliquia venne trasferita nella nuova e definitiva dimora intorno al 1479, data in cui la chiesa era certamente officiata, anche se la conclusione della fabbrica si attesta attorno al 1484, quando l’8 settembre, nel giorno della nascita di Maria, si procedette alla solenne consacrazione.

Dal punto di vista architettonico l’edificio si presenta con una veste estremamente semplice e austera, che ricalca gli schemi tipici dell’ordine francescano (a sua volta derivato da quello cistercense), forse anche a causa di esigenze pratiche legate al sito prescelto.

La struttura edilizia che oggi ammiriamo è sostanzialmente la stessa delle origini quattrocentesche: un’ampia aula rettangolare, disposta come uso verso oriente (su di una sede che risulta più bassa rispetto alla piazza circostante), a navata unica, con una copertura a capriate lasciate visibili, mentre archi a sesto acuto incorniciano il presbiterio a pianta rettangolare e le due cappelle che l’affiancano (quella a sinistra meno profonda per far posto alla possente torre campanaria, che ancora ospita una campana fusa nel 1733, con il metallo di un esemplare di due secoli precedente).

In origine la facciata doveva rispecchiare fedelmente la severità dell’interno, proponendo un tetto a capanna e un unico ingresso al centro, sormontato da un grande oculo, ai cui lati, forse, ne erano posti altri due di minori dimensioni, ricreando simbolicamente la santa Trinità.

Il presbiterio, invece, era illuminato da due alte finestre a sesto acuto, murate nel XIX secolo e sostituite con un rosone. Recentemente le due aperture sono state ripristinate, con la conseguente eliminazione dell’inserzione ottocentesca, restituendo questa parte dell’edificio alla sua primitiva struttura; tra l’altro ciò ha consentito di evidenziare sulla parete di fondo i resti di una decorazione ad affresco di tipo fitomorfo.

L’aspetto attuale della facciata e di gran parte del tempio si devono ad una serie di radicali interventi edilizi realizzati tra il 1889 e l’inizio del Novecento (con l’intervento dal sanvitese Luigi Paolo Leonardon).

Inoltre, la nuova facciata tardo ottocentesca – enfatizzata dall’abbattimento della torre che le stava di fronte – modificava radicalmente la funzione del fianco settentrionale, il quale, per la particolare conformazione urbanistica della zona, aveva ricoperto in sostanza il ruolo di prospetto maggiore (similmente a quanto accade nel duomo di Spilimbergo), come si può notare ancor’oggi dal ricercato fregio in cotto e dalla presenza di affreschi decorativi a motivi geometrici e figurativi (così come del resto erano certamente affrescate tutte le facciate delle costruzioni che circondavano il sacro edificio), tra i quali spiccano i resti di alcuni busti di santi, inseriti nello spazio negli archetti pensili sotto il cornicione.

L’interno del duomo, nonostante gli oltre cinquecento anni di vita, non si discosta troppo dalla primitiva volontà di creare un ambiente di mistica semplicità, nel quale l’attenzione del fedele si doveva indirizzare esclusivamente verso la sacra reliquia eucaristica.

Un intento, questo, reso ancor più evidente dalle recenti modifiche (del 2004) della parte absidale, culminate con l’arretramento dell’altare seicentesco posto sotto l’arco sacro, ripristinando in tal modo l’antica partizione dello spazio.

L’altar maggiore, opera della seconda metà del Seicento, riproduce l’architettura di un piccolo tempio, arricchito da marmi policromi, nel cui tabernacolo dal 1793 si custodisce la sacra tovaglia. Al sopra di esso ha trovato collocazione un grande Crocifisso ligneo, attribuito a Pomponio Amalteo o, meglio, alla sua bottega, datato attorno al 1556-1557 e realizzato in uno stile volutamente attardato, tanto da richiamare esempi del secolo precedente.

Nel XVI secolo l’altare maggiore era ornato da una pala, ora scomparsa, che raffigurava il Salvatore, mentre il sacro lino era conservato in una piccola ancona di rame indorato.

In seguito alle raccomandazioni espresse nel 1584 dal visitatore apostolico Cesare de Nores, vescovo di Parenzo, il quale seguiva disposizioni controriformistiche, l’altare maggiore fu dotato di un tabernacolo in cui collocarela Santa Eucaristiaal centro del coro e non più, come avveniva anche a Valvasone, in una semplice nicchia.

Nel corso del XVII secolo pure le due cappelle laterali, quella a sinistra dedicata ai santi Giacomo Maggiore e Cristoforo e l’altra a santa Caterina d’Alessandria, subirono radicali riforme.

Lungo le pareti laterali sono collocati altri due altari: a sinistra quello dedicato a San Nicolò vescovo e sul lato opposto quella della Santa Croce.

Il primo è in stile neogotico, realizzato durante i lavori del tardo Ottocento che hanno coinvolto anche la facciata, e sostituisce un altare del 1678 opera dei tagliapietre di Meduno Giuseppe e Daniele Ciotta. In esso è collocata una pala del pittore veneziano Matteo Luigi Canonici, pagata nel 1791, incui è effigiato San Nicola in preghiera davanti alla Vergine con il Bambino.

Invece l’altare dedicato alla Santa Croce – che nel 1576 la contessa Giulia di Valvasone dotò di un lascito di ben 1000 ducati – fu eseguito nel 1705 da Francesco Caribolo, subendo successive pesanti modifiche agli inizi del Novecento, e ospita una pala del pittore Anzolo di Portogruaro del 1605, incui è raffigurata Sant’Elena e il ritrovamento della Croce.

L’organo cinquecentesco del duomo rappresenta il vanto della comunità valvasonese ed è certamente una delle presenze d’arte più interessanti dell’intero Friuli, sia per il suo valore musicale sia per l’importanza delle decorazioni pittoriche che l’abbelliscono.

Infatti, si tratta di uno strumento unico nel suo genere, commissionato nel 1532 al grande maestro organario Vincenzo de Columbis (Casale Monferrato, 1490 ca – Venezia, 1574), con il contributo del massimo pittore friulano dell’epoca, Giovanni Antonio de’ Sacchis, detto il Pordenone (1484 ca – 1539).

I lavori iniziarono nel 1533 con le opere architettoniche necessarie a posizionare l’organo su di una cantoria ancorata alla parete destra, e nello stesso anno lo strumento entrò in funzione, benché la costruzione della cassa che lo riveste non fosse terminata prima del 1535.

A quel punto prese avvio l’impresa decorativa, cui attesero fino al 1538 l’intagliatore Girolamo di Venezia e l’indoratore Tommaso Mioni da Udine, i quali proposero un elegante repertorio, fatto di mascheroni e girali, ormai di gusto manierista.

Invece per le portelle fu contattato Pordenone, il quale nel 1537 ricevette un acconto di 55 ducati per la realizzazione delle ante su temi eucaristici; purtroppo due anni dopo il pittore morì a Ferarra, lasciando incompiuta la realizzazione appena avviata.

Lo sforzo profuso per questo strumento, ingaggiando i più quotati tra gli organari, gli artigiani e gli artisti dell’epoca e affrontando così tante e cospicue spese, risulta un eloquente indice dell’attenzione prestata nella Valvasone del XVI secolo all’attività musicale, promossa da ben due centri, entrambi strettamente legati ai signori di Valvason: il castello e la chiesa parrocchiale.

In quest’ultima l’attività liturgico-musicale doveva essere molto intensa, come testimoniano numerosi documenti, che, tra l’altro, raccontano della frequente esecuzione di sacre rappresentazioni, come quella di Feo Belcari Abraam e Isac, legata a motivi eucaristici e dunque molto adatta all’ambiente vista la presenza del prezioso lino.

Il Pordenone era uno dei pittori più noti dell’epoca e veniva considerato uno dei maggiori interpreti dell’arte rinascimentale, per la monumentalità che sapeva conferiva alle figure, utilizzando spesso arditi e stupefacenti scorci prospettici, e inserendole in composizioni di nuova invenzione. L’artista aveva già dato prova della sua creatività nell’ornamento di organi, lavorando sia per il duomo di Spilimbergo (nel 1523-1524) sia per quello di Udine (nel 1527-1528). Pordenone morì nel 1539, lasciando, probabilmente, solo l’abbozzo delle scene presenti sulle ante. A completare l’opera sarà chiamato nel 1549 il pittore sanvitese Pomponio Amalteo (Motta di Livenza 1505 – San Vito al Tagliamento 1590), allievo e genero del de Sacchis.

Non si tratta dell’unico episodio del genere, poiché Pomponio “ereditò” anche altre commesse lasciate incompiute dal suocero, terminandole con lo stesso linguaggio del suo maestro, seppur attraverso una cifra stilistica di minore qualità.

Sebbene non si conosca con precisione il programma iconografico della decorazione pittorica dello strumento – e neppure chi ne fosse stato l’ispiratore – il riferimento al Corpo di Cristo (che dà la titolazione alla chiesa) risulta sempre centrale ed è evidente il legame con il culto della sacra reliquia; tuttavia, secondo alcune interpretazioni, nei dipinti valvasonesi si celerebbe una sottile polemica contro la chiesa romana e un’attenzione a favore del movimento luterano (la stessa possibilità è prospettata per i dipinti dell’organo spilimberghese), che proprio tra alcuni membri della famiglia dei Valvasone, così come in altre nobili casate friulane del tempo, sembra abbia goduto di qualche simpatia.

Comunque, sulle ante, la cui ideazione spetta al Pordenone, sono raffigurati temi del Vecchio Testamento: chiuse propongono la grandiosa scena della Caduta – con alcune figure centrali autografe del grande maestro – episodio biblico che rappresenta un’evidente prefigurazione dell’Eucarestia, mentre aperte, come sono quando lo strumento è in funzione, a sinistra è collocato il Sacrificio di Abramo e sul lato opposto il Sacrificio di Melchisedech, anch’esse vicende commentate dalla tradizione come simboli eucaristici, eseguite dall’Amalteo nel 1549 seguendo il disegno del suocero.

Invece nel poggiolo compaiono riquadri, integralmente pensati e realizzati da Pomponio Amalteo all’inizio degli anni ‘50, con episodi tratti dai Vangeli: da sinistra, le Nozze di Cana, la Cacciata dei mercanti dal Tempio, la Probatica piscina, la Moltiplicazione dei pani, e la Conversione della Maddalena. Tutti avvenimenti legati in vario modo a una esegesi di natura eucaristica, come prefigurazioni sotto altre forme del Sacramento.

A Pomponio si devono anche i fregi affrescati con motivi a grottesche ai fianchi dello strumento.